IL VOLO DI UN HOTEL

Tre giorni fa ricorreva il quarantesimo anniversario dell’uscita di uno degli album più belli, significativi e di successo sine die della storia della musica: Hotel California degli Eagles. La band americana, a dispetto del successo planetario e duraturo, ha suscitato spesso diffidenza nella critica radical chic e un po’ snob per via della loro maniacale ricerca del suono pulito e ammiccante. Erano accusati di proporre un sound un po’ scontato e prevedibile, all’insegna dell’easy listening capace di garantire vendite e consensi tra il pubblico. La loro ferrea volontà di sfondare, di incontrare i gusti del pubblico, di andare sul sicuro piuttosto che indulgere alla sperimentazione e all’innovazione, la cura dettagliata e ossessiva delle registrazioni, la pignoleria negli arrangiamenti per avvicinarsi quanto più possibile ad uno standard da loro considerato di eccellenza, hanno rappresentato, agli occhi di questi inflessibili censori, delle colpe difficilmente espiabili e meritevoli di perdono. Ma dinanzi al capolavoro sfornato l’otto dicembre del 1976, anche i critici più scettici hanno dovuto ammetterne la grandezza, rivedendo parzialmente anche i propri giudizi in merito alla capacità compositiva dei membri della band (sulle loro qualità di musicisti e, soprattutto, di cantanti non era possibile nutrire dubbi…).
Hotel California è uno di quei lavori che ti entra dentro a prescindere dalla predisposizione e dall’inclinazione soggettiva. E’ un album concettuale, rotondo, armonico, denso di musica eccellente e di testi profondi, con alcune gemme immortali che ne proiettano la cifra valoriale al di là di ogni tempo e di ogni contingenza.
L’album consta di otto tracce più una mini reprise strumentale, arrangiata con l’ausilio dell’orchestra. Tutti i pezzi sono notevoli, ma di questi, a parere di chi scrive, tre si stagliano all’orizzonte dell’immortalità. In questi tre pezzi emerge la figura di Don Henley, co-fondatore e co-leader della band insieme al compianto Glenn Frey, batterista e principale lead vocal del gruppo. In questi tre pezzi il nostro dà il meglio di sé come co-autore, cantante e paroliere, o autore dei testi se preferite.
Il primo di essi è, naturalmente, la title track. Canzone universalmente considerata tra le più belle in assoluto della storia del rock. L’assolo incrociato di chitarre (Don Felder e Joe Walsh), alla fine del pezzo, rappresenta per il genere una sorta di infinito, l’apogeo assoluto, la vetta delle vette. Alcuni critici o magazine lo hanno eletto il miglior assolo chitarristico della storia. Il testo, invece, è un mare magnum nel quale ognuno può pescare la propria chiave interpretativa. A distanza di quarant’anni, ancora oggi, molti si affannano ad interpretare il senso di quel testo sospeso tra l’esoterico ed il vagamente mistico. La copertina dell’album (sulla quale ci sarebbe da scrivere un altro articolo), la location scelta, l’atmosfera sinistra volutamente partorita da quell’immagine, sono tutti elementi che hanno autorizzato le interpretazioni più disparate: inno satanico, analisi della prigione dorata del successo, descrizione di un mondo devastato dalla droga, manifesto di una disillusione circa i lustrini effimeri degli eccessi e la perdita delle speranze, monito per le generazioni future, ecc. Lo stesso Don Henley ha più volte rimarcato la legittimità di interpretazioni diffuse stante una certa ambiguità che lui stesso non riusciva a sciogliere in una volontà precisa. Tuttavia, ha affermato che, fondamentalmente, il testo rappresentava la presa di coscienza di un fallimento, il tentativo di denunciare gli aspetti deteriori del sogno americano che dall’innocenza conduceva alla perdizione, il tentativo di far luce su quel lato oscuro di un’utopia rivelatasi una vera e propria trappola. A testimonianza della grande influenza esercitata nel tempo da questa canzone, e del prezioso lascito di questo testo così ispirato, la metafora dell’Hotel che all’inizio emana una forza di seduzione incontenibile, dove tutto è concesso, dove si può saldare il conto quando si vuole, ma dal quale non si può più uscire (strofa finale della canzone), ha trovato applicazione in ambiti fondamentali della vita di tutti noi. In politica e, soprattutto, in economia, la “sindrome dell’Hotel California” rappresenta, appunto, una situazione attraente che poi, con il passare del tempo, diventa delicata e dalla quale sembra impossibile uscire.
La seconda perla dell’album è Wasted Time, una ballad intensa, anch’essa impreziosita da un arrangiamento orchestrale (pianoforte e archi) e dagli immancabili cori in controcanto (quasi una firma per gli Eagles), che narra di una relazione sentimentale conclusasi (si pensa ad un riferimento autobiografico di Don Henley), il cui epilogo, comunque, non vanifica la bellezza e la profondità del sentimento vissuto. Pezzo ricco di pathos, di variazioni di ritmo evocative, cantata da Henley con un’impostazione quasi teatrale che ne amplifica il messaggio di sofferenza e profondità.
La terza gemma è The Last Resort, un accorato, struggente, potente monito contro la speculazione ediliza, la devastazione dell’ecosistema, la deturpazione ambientale. Una denuncia che, ahinoi, quarant’anni dopo sembra sempre più attuale. Emerge anche il riferimento alla “diabolica civilizzazione”, con annessa strage, compiuta dagli “invasori europei” ai danni degli indigeni pellerossa, dalla scoperta dell’America in poi, e perpetrata in nome di Dio e della fede cattolica. Il tutto avvolto da un’alternanza di ritmo e da un’aura di derivazione sinfonica caratterizzata dalla presenza dominante dei sintetizzatori, dalle solite armonie vocali in controcanto, e da un acuto vocale di Don Henley da incorniciare, che poi lascia spazio, come nella title track, ad un tripudio strumentale (questa volta di piano e sintetizzatori) che esalta i cuori.
E se pensate che ci sono altri due pezzi di grande successo, che come singoli hanno scalato i vertici della classifica americana, New Kid in town e Life in the fast lane, capite la portata di questo masterpiece che vola sempre altissimo nei cieli dell’eternità.

SINOSSI-RECENSIONE

0001Luisa, giovane manager in un’azienda operante nel settore dell’edilizia turistica, viene trasferita da Bologna a Lecce per curare lo start-up di un nuovo progetto nel Salento. Qui ritrova Andrea, una conoscenza del periodo universitario, il quale la introduce alla frequentazione della sua piccola comitiva: Cesare, un libraio incline alla meditazione filosofica e alla poesia, dotato di una concezione dell’esistenza singolarissima; e Marco, professore universitario nonché avvocato, assai più pragmatico del primo. La compagnia e le meraviglie di quella terra splendida, rendono più morbido il suo inserimento nella sconosciuta realtà pugliese, complicato anche da una conturbante relazione telefonica che Luisa intrattiene con un ragazzo malato di leucemia, Alessandro, il quale, tutto compresso nel suo calvario, si rifiuta d’incontrarla ma non può prescindere dal supporto vocale che lei gli offre. Devastata dai sensi di colpa e da un innato spirito crocerossino, Luisa non riesce a troncare, anche perché non saprebbe come giustificarsi con Ester, una buona amica di Bologna che li ha “presentati”. Intanto, un evento tragico irrompe nel quotidiano dei nostri personaggi, sconvolgendone il vissuto: viene rinvenuto a Lecce il cadavere di una ventenne con una lettera incisa sulla fronte, brutalmente strangolata. A indagare sul caso viene chiamata anche la Dottoressa Carla Panzera, psicologa e fidanzata di Marco, la quale, nel ruolo di profiler, ha il compito di stendere un profilo psicologico dell’assassino. Incarico non facile, considerando la completa assenza di prove sulla scena del crimine. Nel giro di poco tempo, gli omicidi si moltiplicano: le vittime hanno sempre vent’anni e una lettera incisa sulla fronte. Cambiano soltanto la location e la metodologia con cui viene inferta la morte dal killer seriale. Le Forze dell’Ordine sono nel panico, i media attaccano impietosamente gli inquirenti, denunciando l’assenza di piste concrete d’indagine. Nel frattempo i nostri protagonisti cercano di proseguire i loro percorsi, non lasciandosi turbare troppo dagli accadimenti: Luisa è sempre incastrata nel rapporto con Alessandro, ma inizia a nutrire particolari sentimenti per Cesare; Andrea, a sua volta, non può dirsi immune dal fascino emanato dalla sua amica bolognese; Cesare è impegnato nella stesura della sua ultima silloge e inizia a vedersi – poco convinto – con Michela; Marco si candida alle elezioni con un nuovo Movimento locale (Goal), ed è completamente assorbito da tutta la macchina che l’agone politico mette in moto; Carla è angosciata dalle ricerche dell’assassino seriale, che paiono chiuse in un vicolo cieco.
Con la maestria dei grandi narratori, Enrico Fattizzo disegna un romanzo corale, sviluppando una rete di personaggi e situazioni fittamente intricata, ma sciolta in modo dolce e perfetto in un epilogo indimenticabile. Un libro che sa coniugare in maniera brillante un linguaggio aulico e una trama che vive in bilico fra il rosa e il giallo, muovendosi sinuosamente su una pluralità di registri stilistici piegati alle esigenze dei protagonisti, denudati sul palcoscenico dell’azione dalle sovrastrutture che ci allontanano dal nostro io più autentico.

 

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