VECCHIO

 
Prendi la mia mano, vecchio.
Fallo prima che il pudore la renda scivolosa.
Portala lontano e non lasciarla più.
In essa forse troverai alcune risposte alle tue domande
alcune sono state vittime d’orgoglio
altre si sono smarrite sotto un cielo distratto.
Ricordo ancora le tue guance
quando vigorose sorreggevano zigomi vanitosi.
Ora hanno disertato in nome di un destino
che poco prima pareva vinto.
Cosa vedi adesso fuori dalla tua ombra?
Di quali sapori si nutre la tua lingua?
E quanti giorni hai divorato questa notte?
Vorresti regalarmi altre parole
ma io non ne ho bisogno
sazio come sono di gesti che disegnano pienezza.
Stai pensando di andare
e io già intuisco i tuoi passi annusando il vento.
Sono passi stanchi, asincroni, pesanti
opachi perché privati della luce del ritorno.
Non è più tempo di resilienza.
Ti chiedo solo di non dimenticare la mia mano, vecchio.

 
Enfat, 20/09/2019

IL LUNGO ANDARE

 
Nei passi incerti di capelli spumeggianti
vidi un profumo di cambiamento
un antico fremito di nobiltà.
Erano le notti colorate a farmi compagnia
quando in fondo alla strada traccheggiavo
come fantasma sbiadito di un passato emaciato.
Mi raccontavano storie di libertà
ma schiava era la trama
che vedevo lacerata da morsi di ciglia.
Le mani scivolavano via come emorragia silente
e pioggia di sudore giù dal cielo
mentre intorno al cuore correva un altro vento.
Per vincere l’anoressia di vita ridevo molto
mangiavo solo pillole di tempo
per gustare ancora un aroma da esaltare.
Poi nel lento declinare si prosciugarono anche le carni.
Le sentivo abbandonarmi senza sussulti
in una maratona di dolore che non faceva neanche male.
Le congedai con sguardo distratto
intento com’ero a percepire le voci forestiere
che mi seguivano per infinito andare.

 

 

Enfat, 02/03/2019

IL NESPOLO

 

Foglie vestite di un verde sbiaditooltre-le-parole
danzano sulle note del tempo che fugge
orchestrate da un vento novello
che plasma il futuro spirando dall’alto.
Il nespolo non è più gravido
come in passato quando partoriva
uno sciame di piccole stelle gialle
che folgoravano le zolle impazienti.
Orfano di fecondità e scevro di vigore
sembra accasciarsi stanco e avvilito;
ora nel suo ventre custodisce l’assenza
e dai suoi rami germogliano solo i ricordi.
Nelle pieghe della memoria un bambino
esile e vivace con le braccia protese al cielo
alla ricerca di un frutto di nome vita.
Bambino scalzato da un uomo che osserva
con occhi dolci che trafiggono un vetro opaco.

ANTICHI MESTIERI

 

Curiosi del tuo umore
ti chiedevano novità
un altro respiro ancora
prima dell’apoteosi.

Prigioniera del tuo recitare
concedevi lampi d’illusione
che l’attimo seguente smascherava
privi di luce vera.

Centimetri di pelle vissuta
da consegnare al banditore assente
nel funambolico tintinnar del nulla.

E furono pagane processioni.
Cornice di una metafora che incideva carne,
carne vibrante di deriva.

 

 

Enfat, 03/08/2014.

SIAMO NOI

 
Rimaniamo ancora afoni
abbracciati ai nostri silenzi
vittime di oscure amnesie
commensali di banchetti interrotti;
di assonanze cerchiamo le tracce.
Poi ci ritroviamo in arena asimmetrica
disegnata da altre alchimie
orfana di luce
illuminata solo da tepore di tatto.
Ci muoviamo uno intorno all’altro
come in danza circolare senza prosieguo
intrecciamo i nostri respiri
affinati come feti di note.
Sussurriamo didascalie per immagini rovesciate
affreschi di attimi da figliare
essenze celate di visioni ancora acerbe
in occhi ingravidati da purezza derisa.
Infine, ci facciamo vento
impetuosi soffiamo su noi stessi
covando un’alterità già vissuta
e segregata nel volo di un bacio mai scagliato.

 

 

Enfat, 11/11/2016