SOLDATO

 

Mi hanno visto così
ago ribelle mischiato all’erba alta
con gli occhi invasi da un sole in espansione
in questa distesa che mai s’arresta
affollata da molti suoni e da gemelle sensazioni.
Non si vedevano ferite
né l’effigie della paura era ancora emersa.

S’avanzavano guardinghi i passi, e pesanti
prima che l’eco sterminata del silenzio
ne rubasse le geometrie del prosieguo.
Con palpebre inchiodate in alto
mi affidavo al ritmo delle ginocchia
per insinuarmi tra le nudità della terra
e strisciandovi sopra
avvertivo l’insidia dell’umidità che sputava.
E mi sembrava di annegare.

La mano, per nulla ferma, scivolava sull’artiglieria
e l’altra cercava di placare il cuore.
Era come un lungo, infinito assolo di chitarra
ma erano corde di morte a vibrarmi intorno.
Fuggiasca di bocca la saliva mi bagnava il mento
sotto una coperta di uccelli in dolce attesa.

Avrei voluto rivisitare le istantanee di vita
custodite nella tela di un respiro
ma c’era troppo silenzio per potersi concentrare.
Riuscivo solo a pronosticare l’abito del mio sangue
e mi consolava l’idea del tepore che mi avrebbe regalato
in quegli istanti ruminati con fervore
sulla soglia di una dimora che mi aveva accolto.

Fu un viaggio di sfide involontarie
espiazione di colpe ipotizzate
ouverture di redenzione mai vissuta.
Ora qualcuno mi racconta del mio ritorno
ma di questo ancora non ho certezza.
Nel mio recinto di tormenti
continuo a strisciare inseguito da un’idea
sempre quella
tremenda nell’azione e d’interminabile presenza.

 

Enfat, 15/12/2019

SENTIERI INTERROTTI

 

Era lì
intrappolato in comoda gabbia
a lanciare arti lungo uno spazio nuovo.
Segugio dei suoi stessi strappi
ricuciva pupille adultere e fuggiasche.
Un monologo vivace e articolato
per platea appena partorita.
Il dialogo pareva fitto
ma erano latitanti le risposte che cercava
sfidando i suoi fantasmi con domande inesistenti.
E fremeva, poi imprecava, e lacerava la luce.
Ma nel miele intingeva la lingua
quando parlava di figli e di storie andate
e anche la voce risuonava vera.
Non c’era da porsi quesiti
né era necessario scavare oltre
o immaginare vie d’uscita.
Si poteva fermare l’onda
e poi con respiro coinvolgente
si ritornava a un tuffo d’apparenza.

 
Enfat, 25/05/2019

DI PADRE IN FIGLIO

 
Non più tempo di giocare, figliolo
gli dissi.
Ora allunga la tua mano
verso altre mani.
La mia è già ricordo di guanto.

Dovrai trovare la tua luce.
I miei occhi non saranno più
specchio e oracolo dei tuoi.
E lacrime autoctone in regalo
per trame di genuino pianto.

Alle tue parole affida
l’esegesi della notte
e l’apologia dell’alba.
Le mie custodiscile
come scrigno di radici.

Affila con cura le tue ali
per lottare
contro piedi di piombo.
Ama i tuoi slanci
ed esigi nuove alture.
I miei leggili pure
come silloge di impulsi d’amore.

Avrai scarpe fedeli
per vestire i tuoi passi decisi.
In controluce, del tuo cammino,
le titubanze sulle mie ginocchia,
culla che fu.

Non rifuggire i tuoi abissi.
Sprofonda in essi
con tuffi calibrati
e coraggiosi.
Da lì capirai di più.
E le risalite ti saranno dolci.

Non più tempo di giocare, figliolo
gli dissi.
Ti aspetta la vita.

 

 

Enfat, 22/08/2014.

ANGOLAZIONI

 

Guidata da una luce d’argentooltre-le-parole
e frenata da un tremore beffardo,
affiora una mano adunca e minuta che
disegna armonie di pacata sofferenza.
Un cuore che pare avvilito e ferito,
inaudito, stilla sangue denso e opaco
su un mondo impermeabile ed ignaro.
Il raggio di un lampione proteso
rischiara le corse di un bambino
che alla vita non osa chiedere troppo.
Le parole prima abbozzate e custodite
sputano sillabe mute che diventano
lo specchio di un vuoto interiore.

BAMBINI DI SIRIA

 
Ho veduto la tua schiena
firma minuta
di corpo rannicchiato in tenera posa.
Ho immaginato i tuoi occhi chiusi
mai più in grado di riaprirsi
su un mondo che ti ha spezzato.
Pareva ancora rigurgito di vita
la maglietta rossa
che ti riparava il cuore.
Così ti presentasti
su battigia imbarazzata.
In faccia il suono delle onde
che incredule
smorzavano la fisarmonica del loro andare.
Frammenti gelidi di sangue interrotto
il mio corpo nel tuo
asciugavo lacrime immobili
di un pianto umano
ma mai così lontano.
Ho chiesto a me stesso di spalancare palpebre già vinte
speravo di rubarti un po’ di dolore
per alleviare un peso insostenibile
per spalle piccole in maglietta rossa.
Molti occhi resteranno incatenati
alla spiaggia che ti ha accolto
esule di vita.
Ti vedrò fino a quando
altra spiaggia mi impedirà
di voltarmi su nuovo giorno.

 

 

Enfat, 03/09/2015.

FINO A LEI

 
Fui cacciatore di luce vera
da mutuare in fasci poderosi
per rischiarare le molte zone d’ombra:
la trovai nei suoi occhi di smeraldo.

A lungo setacciai la collina
affamato di armonie da dislivello:
poi incontrai i suoi zigomi alati.

Dei sogni
per molto tempo inseguì
la leggera sinuosità:
infine la scovai nelle sue labbra
di forgia floreale.
Dei suoi sospiri
l’ovattato sibilo
da lì trassi.
Nel mio fluire d’esaltazione
come regalo di itinerante epifania
s’insinuava.

Con molta cura allenai il mio olfatto
ad annusare ventagli d’inebrio:
al confine del suo collo ne fui travolto.

Mendicante d’indicibile tepore
da vita piena:
tra i suoi seni finalmente lo ebbi in dote.

Di linee avvolgenti studiai la rima
che mi rimandava echi sublimi:
lungo le sue mani ne ascoltai il cammino.

 

 
Enfat, 03/01/2015

RUGHE

 
Oggi tra le tue rughe
che parevano insenature senza mare
ho visto qualcosa
che mai avevo veduto prima.
Era luce discreta, timida,
didascalia di una fatica sottesa
ansimante di una zona d’ombra.

Flebile tremore di passi smorzati
incocciava folate proditorie
nelle corsie del tempo.
Furono respiri d’inciampo
ad accompagnare l’orizzonte
che divenne fisarmonica.

Avrei custodito il tesoro smarrito
se avessi visto quella luce
con occhi accoglienti.
Avremmo potuto scintillare insieme
se fossimo stati al riparo da noi stessi.

 
Enfat, 12/12/2014.

LUOGHI

 
Di plastica luccicanti
sorrisi stampati
su maschere umane
delle nuvole
scimmiottano la fuga.

Desolate piazze
affamate di vita
intonano lamenti
di sofferenza afona
tra le ovazioni
di sagome d’ebano.

Foglie variopinte
d’acrobazia
sorvolano basoli stanchi.
Sudati di un misticismo stantìo.

 

 
Enfat, 25/12/2010.

 

OSSIMORI

oltre-le-parole

 

Cavalco con impeto la gioia 
vagheggiando la sofferenza;
coltivo perennemente gli ideali
sradicando continuamente la morale;
“adotto” i sentimenti più genuini
partorendo una beffarda ipocrisia;
amo la vita agognando la morte.

RUOLI DIVERSI

 

Impenitente nella tua deriva fui naufrago
in angusta caverna di sentimenti
e fui esploratore temerario
nell’essenza di vita che si diramaEnrico-Fattizzo-Linevaso-ritmoi-copertinapiatta7
per sublimi matasse.

Fui esegeta irretito
nel paesaggio di codici cifrati
ai miei piedi stessi giacente
nel tremore di festante carne
che gaudente fruii.

E fui padre distratto
nella melina delle ore
che alla corsa prelude
di pensieri concepiti.