SENTIERI INTERROTTI

 

Era lì
intrappolato in comoda gabbia
a lanciare arti lungo uno spazio nuovo.
Segugio dei suoi stessi strappi
ricuciva pupille adultere e fuggiasche.
Un monologo vivace e articolato
per platea appena partorita.
Il dialogo pareva fitto
ma erano latitanti le risposte che cercava
sfidando i suoi fantasmi con domande inesistenti.
E fremeva, poi imprecava, e lacerava la luce.
Ma nel miele intingeva la lingua
quando parlava di figli e di storie andate
e anche la voce risuonava vera.
Non c’era da porsi quesiti
né era necessario scavare oltre
o immaginare vie d’uscita.
Si poteva fermare l’onda
e poi con respiro coinvolgente
si ritornava a un tuffo d’apparenza.

 
Enfat, 25/05/2019

VECCHIO

 
Prendi la mia mano, vecchio.
Fallo prima che il pudore la renda scivolosa.
Portala lontano e non lasciarla più.
In essa forse troverai alcune risposte alle tue domande
alcune sono state vittime d’orgoglio
altre si sono smarrite sotto un cielo distratto.
Ricordo ancora le tue guance
quando vigorose sorreggevano zigomi vanitosi.
Ora hanno disertato in nome di un destino
che poco prima pareva vinto.
Cosa vedi adesso fuori dalla tua ombra?
Di quali sapori si nutre la tua lingua?
E quanti giorni hai divorato questa notte?
Vorresti regalarmi altre parole
ma io non ne ho bisogno
sazio come sono di gesti che disegnano pienezza.
Stai pensando di andare
e io già intuisco i tuoi passi annusando il vento.
Sono passi stanchi, asincroni, pesanti
opachi perché privati della luce del ritorno.
Non è più tempo di resilienza.
Ti chiedo solo di non dimenticare la mia mano, vecchio.

 
Enfat, 20/09/2019

IL LUNGO ANDARE

 
Nei passi incerti di capelli spumeggianti
vidi un profumo di cambiamento
un antico fremito di nobiltà.
Erano le notti colorate a farmi compagnia
quando in fondo alla strada traccheggiavo
come fantasma sbiadito di un passato emaciato.
Mi raccontavano storie di libertà
ma schiava era la trama
che vedevo lacerata da morsi di ciglia.
Le mani scivolavano via come emorragia silente
e pioggia di sudore giù dal cielo
mentre intorno al cuore correva un altro vento.
Per vincere l’anoressia di vita ridevo molto
mangiavo solo pillole di tempo
per gustare ancora un aroma da esaltare.
Poi nel lento declinare si prosciugarono anche le carni.
Le sentivo abbandonarmi senza sussulti
in una maratona di dolore che non faceva neanche male.
Le congedai con sguardo distratto
intento com’ero a percepire le voci forestiere
che mi seguivano per infinito andare.

 

 

Enfat, 02/03/2019

LA LUCE DEL MIO AMICO

 

Guardati le mani amico mio
sono avvolte da un fascio di luce
in volo oltre lo spazio
spiegano un dolore nuovo.
Senti come batte il piede
risucchiato dal ritmo di un’overdose
che non placherà mai la sinfonia di una penombra.
Non piangere più amico mio
i tuoi buchi non sono ferite vere
ma solo grida reiterate senza suono.
E quanto sudore a velare la tua fronte
scivola giù come vita che fugge via
e ringhiando offende l’ingenua trama.
Non è figlio di fatica
ma manifesto da decifrare
fragile matassa da sviluppare
passo troppo lungo per gambe umane.
Avevi già ascoltato il mare
l’ultima volta che ti vidi amico mio.
Eri di pietra bianca
cercavi di agitare lo sguardo
un tempo fiamma indomita
prima che il mondo ti gelasse dentro.
Non so cosa abbiamo detto
né ricordo il disegno del nostro andare
avevi ciglia violentate dal maestrale
mentre il respiro ti inciampava tra i sopravvissuti denti.
Ma ricordo le tue mani amico mio
sempre adagiate nella luce
adunche le dita s’intrecciavano di rimpianti
e io non volli più aprirti gli occhi
sapendo bene che avresti dormito in pace.

 

Enfat, 27/03/2019

IL NESPOLO

 

Foglie vestite di un verde sbiaditooltre-le-parole
danzano sulle note del tempo che fugge
orchestrate da un vento novello
che plasma il futuro spirando dall’alto.
Il nespolo non è più gravido
come in passato quando partoriva
uno sciame di piccole stelle gialle
che folgoravano le zolle impazienti.
Orfano di fecondità e scevro di vigore
sembra accasciarsi stanco e avvilito;
ora nel suo ventre custodisce l’assenza
e dai suoi rami germogliano solo i ricordi.
Nelle pieghe della memoria un bambino
esile e vivace con le braccia protese al cielo
alla ricerca di un frutto di nome vita.
Bambino scalzato da un uomo che osserva
con occhi dolci che trafiggono un vetro opaco.

ANTICHI MESTIERI

 

Curiosi del tuo umore
ti chiedevano novità
un altro respiro ancora
prima dell’apoteosi.

Prigioniera del tuo recitare
concedevi lampi d’illusione
che l’attimo seguente smascherava
privi di luce vera.

Centimetri di pelle vissuta
da consegnare al banditore assente
nel funambolico tintinnar del nulla.

E furono pagane processioni.
Cornice di una metafora che incideva carne,
carne vibrante di deriva.

 

 

Enfat, 03/08/2014.

SIAMO NOI

 
Rimaniamo ancora afoni
abbracciati ai nostri silenzi
vittime di oscure amnesie
commensali di banchetti interrotti;
di assonanze cerchiamo le tracce.
Poi ci ritroviamo in arena asimmetrica
disegnata da altre alchimie
orfana di luce
illuminata solo da tepore di tatto.
Ci muoviamo uno intorno all’altro
come in danza circolare senza prosieguo
intrecciamo i nostri respiri
affinati come feti di note.
Sussurriamo didascalie per immagini rovesciate
affreschi di attimi da figliare
essenze celate di visioni ancora acerbe
in occhi ingravidati da purezza derisa.
Infine, ci facciamo vento
impetuosi soffiamo su noi stessi
covando un’alterità già vissuta
e segregata nel volo di un bacio mai scagliato.

 

 

Enfat, 11/11/2016