IL NESPOLO

 

Foglie vestite di un verde sbiaditooltre-le-parole
danzano sulle note del tempo che fugge
orchestrate da un vento novello
che plasma il futuro spirando dall’alto.
Il nespolo non è più gravido
come in passato quando partoriva
uno sciame di piccole stelle gialle
che folgoravano le zolle impazienti.
Orfano di fecondità e scevro di vigore
sembra accasciarsi stanco e avvilito;
ora nel suo ventre custodisce l’assenza
e dai suoi rami germogliano solo i ricordi.
Nelle pieghe della memoria un bambino
esile e vivace con le braccia protese al cielo
alla ricerca di un frutto di nome vita.
Bambino scalzato da un uomo che osserva
con occhi dolci che trafiggono un vetro opaco.

ANTICHI MESTIERI

 

Curiosi del tuo umore
ti chiedevano novità
un altro respiro ancora
prima dell’apoteosi.

Prigioniera del tuo recitare
concedevi lampi d’illusione
che l’attimo seguente smascherava
privi di luce vera.

Centimetri di pelle vissuta
da consegnare al banditore assente
nel funambolico tintinnar del nulla.

E furono pagane processioni.
Cornice di una metafora che incideva carne,
carne vibrante di deriva.

 

 

Enfat, 03/08/2014.

SIAMO NOI

 
Rimaniamo ancora afoni
abbracciati ai nostri silenzi
vittime di oscure amnesie
commensali di banchetti interrotti;
di assonanze cerchiamo le tracce.
Poi ci ritroviamo in arena asimmetrica
disegnata da altre alchimie
orfana di luce
illuminata solo da tepore di tatto.
Ci muoviamo uno intorno all’altro
come in danza circolare senza prosieguo
intrecciamo i nostri respiri
affinati come feti di note.
Sussurriamo didascalie per immagini rovesciate
affreschi di attimi da figliare
essenze celate di visioni ancora acerbe
in occhi ingravidati da purezza derisa.
Infine, ci facciamo vento
impetuosi soffiamo su noi stessi
covando un’alterità già vissuta
e segregata nel volo di un bacio mai scagliato.

 

 

Enfat, 11/11/2016

DI PADRE IN FIGLIO

 
Non più tempo di giocare, figliolo
gli dissi.
Ora allunga la tua mano
verso altre mani.
La mia è già ricordo di guanto.

Dovrai trovare la tua luce.
I miei occhi non saranno più
specchio e oracolo dei tuoi.
E lacrime autoctone in regalo
per trame di genuino pianto.

Alle tue parole affida
l’esegesi della notte
e l’apologia dell’alba.
Le mie custodiscile
come scrigno di radici.

Affila con cura le tue ali
per lottare
contro piedi di piombo.
Ama i tuoi slanci
ed esigi nuove alture.
I miei leggili pure
come silloge di impulsi d’amore.

Avrai scarpe fedeli
per vestire i tuoi passi decisi.
In controluce, del tuo cammino,
le titubanze sulle mie ginocchia,
culla che fu.

Non rifuggire i tuoi abissi.
Sprofonda in essi
con tuffi calibrati
e coraggiosi.
Da lì capirai di più.
E le risalite ti saranno dolci.

Non più tempo di giocare, figliolo
gli dissi.
Ti aspetta la vita.

 

 

Enfat, 22/08/2014.

ANGOLAZIONI

 

Guidata da una luce d’argentooltre-le-parole
e frenata da un tremore beffardo,
affiora una mano adunca e minuta che
disegna armonie di pacata sofferenza.
Un cuore che pare avvilito e ferito,
inaudito, stilla sangue denso e opaco
su un mondo impermeabile ed ignaro.
Il raggio di un lampione proteso
rischiara le corse di un bambino
che alla vita non osa chiedere troppo.
Le parole prima abbozzate e custodite
sputano sillabe mute che diventano
lo specchio di un vuoto interiore.

BAMBINI DI SIRIA

 
Ho veduto la tua schiena
firma minuta
di corpo rannicchiato in tenera posa.
Ho immaginato i tuoi occhi chiusi
mai più in grado di riaprirsi
su un mondo che ti ha spezzato.
Pareva ancora rigurgito di vita
la maglietta rossa
che ti riparava il cuore.
Così ti presentasti
su battigia imbarazzata.
In faccia il suono delle onde
che incredule
smorzavano la fisarmonica del loro andare.
Frammenti gelidi di sangue interrotto
il mio corpo nel tuo
asciugavo lacrime immobili
di un pianto umano
ma mai così lontano.
Ho chiesto a me stesso di spalancare palpebre già vinte
speravo di rubarti un po’ di dolore
per alleviare un peso insostenibile
per spalle piccole in maglietta rossa.
Molti occhi resteranno incatenati
alla spiaggia che ti ha accolto
esule di vita.
Ti vedrò fino a quando
altra spiaggia mi impedirà
di voltarmi su nuovo giorno.

 

 

Enfat, 03/09/2015.

FINO A LEI

 
Fui cacciatore di luce vera
da mutuare in fasci poderosi
per rischiarare le molte zone d’ombra:
la trovai nei suoi occhi di smeraldo.

A lungo setacciai la collina
affamato di armonie da dislivello:
poi incontrai i suoi zigomi alati.

Dei sogni
per molto tempo inseguì
la leggera sinuosità:
infine la scovai nelle sue labbra
di forgia floreale.
Dei suoi sospiri
l’ovattato sibilo
da lì trassi.
Nel mio fluire d’esaltazione
come regalo di itinerante epifania
s’insinuava.

Con molta cura allenai il mio olfatto
ad annusare ventagli d’inebrio:
al confine del suo collo ne fui travolto.

Mendicante d’indicibile tepore
da vita piena:
tra i suoi seni finalmente lo ebbi in dote.

Di linee avvolgenti studiai la rima
che mi rimandava echi sublimi:
lungo le sue mani ne ascoltai il cammino.

 

 
Enfat, 03/01/2015