L’avanzare dell’età consente all’uomo di accettare con maggiore serenità la morte. Ciò avviene in quanto l’uomo, con il procedere degli anni, accumula sempre di più delle piccole “morti parziali” legate agli eventi dolorosi della vita. In virtù di questi eventi, come in una clessidra, all’aumentare del “contenitore della morte”, parallelamente, si svuota, in modo proporzionale, quello della vita. Tutto ciò affievolisce sempre di più la vitalità e, di conseguenza, si considera da un’ottica diversa l’idea della perdita della vita che, in realtà, è solo la perdita di un residuo di vita! (24/03/99)

 
141. Freud, con l’indicazione alternativa della via psicanalitica, ha spalancato le porte ad una prospettiva mortificante per l’uomo. Questi ha preso downloadcoscienza di quale rilevanza abbia l’incoscienza nella struttura del proprio io e di quanto incisiva sia la sua azione sul modus agendi. (06/04/99)

 
154. Quando in un regime politico, fondato sull’oppressione tirannica, vengono conculcati i diritti umani fondamentali, si verifica un fenomeno, che io definisco l’ictus della libertà, analogo a quello anatomico di un’occlusione delle vie arteriose. L’intervento chirurgico diventa, a questo punto, ineluttabile! (21/04/99)

PENSIERI

Non cercate nella storia la traccia di un telos, di un disegno sovraordinato, di un progetto divino. Il corso degli eventi è determinato dall’opera dell’uomo e dal dispiegamento delle forze naturali e, di conseguenza, rispecchia, sic et simpliciter, quelle che sono le peculiarità di tali cause agenti. La teoria “nietzscheana” dell’eterno ritorno (dell’uguale) sintetizza mirabilmente questa verità. In effetti, la natura umana, spogliata delle difformità prodotte dall’azione di molteplici variabili esogene, rivela la propria identità nel tempo. Sulla scorta di siffatte considerazioni, possiamo affermare che la storia rivela sempre degli elementi di razionalità ed irrazionalità, di magnanimità e crudeltà, di splendore e depressione, mettendo in mostra un quadro policromatico frutto di una complessità consentanea a quella degli autori. (13/09/98)

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Riuscire ad entrare in contatto con un’altra psiche è un evento bellissimo e di facile realizzazione. Stabilire con essa una sintonia rappresenta un evento ancor più eccitante, ma diventa meno agevole da realizzare e pertanto si configura come un fenomeno raro. Essere in grado di penetrare i misteri di una psiche, non ultima la propria, assume i connotati di un’impresa alquanto ardua e risulta praticamente impossibile. E’ proprio questo il fascino della natura umana! (28/12/98)

 
Ritengo la religione un “male necessario” per prevenire le possibili forme degenerative ascrivibili alla libertà di spirito. Da questa prospettiva, essa rappresenta il migliore dei mali, il più auspicabile. In questa analisi, mi riferisco ad una tipologia di religione che potremmo definire “placida”. Esula da tali considerazioni il parossismo religioso ed il fanatismo del culto che culminano, paradossalmente, in quelle manifestazioni esecrabili che la religione dovrebbe inibire. (11/03/99)

 
Sovente la categoria della qualità assume una valenza superiore rispetto alla categoria della quantità. Orbene, questo rapporto risulta invertito sul terreno della ideazione, della produzione di pensieri fecondi. Invero, chiunque può esprimere, di quando in quando, delle idee notevoli, ma pochissimi sono in grado di perpetuare questa attività di procreazione intellettuale. In tale attività la grandezza consiste nell’essere prolifici! (19/03/99)

PENSIERI

Istinto di autoconservazione! Lo si nota nell’uomo, negli animali e, in una forma più blanda, nelle piante. Anche nella materia inorganica si evince un simile fenomeno. Cionondimeno, a me pare che non sia il termine più appropriato per interpretare un siffatto prodigio della natura. Io preferisco parlare di un’azione perpetua della volontà di se stessi ! (31/07/98)

 

 

 

downloadQuale sventura per me venire al mondo in questa epoca! Io considero il Novecento, quantunque sia prematuro esprimere giudizi, un secolo fondamentalmente povero da un punto di vista culturale. Una tremenda morìa di valori e ideali! Abbiamo registrato dei progressi stupefacenti sul versante delle scienze a scapito della cultura umanistica, quella delle lettere, della filosofia pura: dove sono oggi i Platone, gli Aristotele, i Kant, i Dante, gli Shakespeare, i Goethe, i Leopardi, i Pascal, i Nietzsche ? L’arte ha mantenuto un certo vigore generando nuovi filoni come il cinema; il teatro non si è smarrito; per la pittura si potrebbe discutere dell’eventuale débâcle (a me pare che ci sia) ed, eventualmente, della sua portata. Comunque sia, non si può disconoscere il declino dell’architettura e della musica: vi ricordate Bach, Beethoven, Mozart ed altri? Eppure, l’aspetto più angosciante non è questo; ciò che più di ogni cosa mi affligge è la scomparsa del clima culturale tipico di altre epoche, il declino di quella dimensione culturale <<pervasiva>> che si riverberava sulla società, che forgiava il modus vivendi, che connotava la civiltà di un tempo. Se penso alla Grecia antica dei filosofi, alla Francia dell’illuminismo, al clima culturale di Parigi e Londra nell’ottocento, allo splendore del Rinascimento italiano, mi assale la nostalgia! Dove sono oggi i simposi culturali dell’Atene antica? E il clima delle corti rinascimentali? E i salotti culturali del settecento e dell’ottocento parigino? Quella dimensione culturale della vita si è perpetuata, forse, fino ai primi decenni del secolo (ricordiamo i salotti romani frequentati da D’Annunzio) per poi essere superata inesorabilmente sotto la spinta di altri interessi a partire dal secondo dopoguerra. A me pare che l’uomo, all’inizio del secolo, si sia imbattuto in un bivio: una strada portava verso la cultura scientifica, l’altra verso quella umanistica. Ebbene, la scelta è ricaduta sulla prima opzione e, nel prosieguo, l’uomo si è avvalso di una scorciatoia che conduceva all’innovazione tecnologica. Dal periodo dei numi, al secolo dei lumi per arrivare, infine, all’epoca dei…fumi! Restringendo il “campo della riflessione” ai decenni, cresce ulteriormente la mia amarezza: se almeno avessi vissuto gli anni ’60 e ’70! Erano, quelli, degli anni densi di ideali, si credeva in qualcosa e si lottava per difendere dei valori, si perseguivano degli obiettivi (se fossero giusti o sbagliati esula, per ora, dalla nostra indagine), si respirava un clima di “intensità”. Io, invece, ho vissuto gli anni ’80 e ’90: in questo torno di anni, il valore supremo, anzi l’unico valore, è rappresentato dal benessere economico. Si ostenta la propria agiatezza, si va alla ricerca del lusso sfrenato, si rincorre il divertissement, si respira a pieni polmoni un clima di…vacuità sconcertante. Nietzsche avrebbe definito questo periodo come l’era della décadence par excellence! Noi, più semplicemente, la definiamo l’epopea della superficialità ! (05/08/98)

 

 

 

L’aspetto che trovo più deplorevole in molte donne è la loro esasperata ed esasperante dedizione all’uomo; l’accondiscendenza a spogliarsi della loro individualità fino ad infirmarne gli aspetti più importanti; l’empito con il quale conculcano la propria personalità. Tuttavia, il loro errore più grave risiede nella convinzione che un simile atteggiamento rechi gioia, piacere ed un senso di orgoglio all’uomo. Forse ciò può essere vero per gli uomini di animo gretto, i quali sfoderano tali “successi”, alla stregua del cavaliere che sguaina la spada, per lottare contro la mediocrità della loro esistenza. Diametralmente antitetica, invece, sarà la reazione dell’uomo vero: egli, lungi dal provare gioia e orgoglio, ne ricaverà solo sdegno, riprovazione e noia. (29/08/98)

PENSIERI

Schopenhauer pensava che la volontà di vivere fosse l’essenza celata dell’universo, la sua cifra metafisica, il noumeno del mondo. Più tardi, Nietzsche spostò tale centralità sul concetto di volontà di potenza. Io penso che, limitatamente alla sfera umana, sia, piuttosto, la volontà di se stessi il quid della nostra esistenza.

 

 

downloadIl dolore ha costituito, da sempre, materia di riflessione per l’uomo, rappresentando un tratto immanente alla vita. Tra i vari pensatori illustri che si sono soffermati su tale componente della vita, è d’uopo ricordarne alcuni. Il conte Pietro Verri teorizzava la preminenza del dolore rispetto al piacere che considerava solo una cessazione del dolore stesso. Kant condivise questa teoria. Leopardi costruì il suo pessimismo cosmico intorno alla consapevolezza del ruolo centrale del dolore. Schopenhauer pensava che l’uomo fosse ineluttabilmente destinato a nascere, soffrire e morire. Nietzsche confessava l’importanza, da un punto di vista intellettuale, della sua malattia: egli, infatti, si sentiva ancor più “in salute” nei momenti contrassegnati da quei terribili attacchi di emicrania, vomito, nausea ed altro. Io, naturalmente, condivido le riflessioni di questi grandi pensatori e di tanti altri che hanno esposto delle tesi di egual tenore. In aggiunta vorrei, sulle orme di Nietzsche, esibirmi in una sorta di apologia del dolore. In virtù di tale affezione si riesce ad apprezzare quelle cose prima indifferenti o ignorate, si gusta la vita in tutte le sue sfumature, anche le più semplici, si passa ad osservare il mondo circostante da un’ottica diversa, si schiudono nuovi orizzonti. In quei momenti, la “sonda della sensibilità” riesce a scavare così alacremente sì da permettere di raggiungere profondità impensate ed insperate. Tutte queste condizioni delineano quella che io chiamo la “gioia del dolore” . (30/07/98)

 

 

Esiste il libero arbitrio tout court? Niente affatto! Affinché si possa configurare una libertà di volere e di azione a tutto tondo, essa dovrebbe presentarsi scevra da tutti quei condizionamenti endogeni ed esogeni che ne determinano la direzione. Una libertà di questo tipo sarebbe immanente ad un uomo che riuscisse a danzare perennemente sul mondo e che, con un balzo infinito, si proiettasse in una dimensione metaesistenziale ! Non parlo del superuomo di Nietzsche, per il quale i tempi non erano, e non lo sono tuttora, maturi. Io parlo del vagheggiamento di un proto-uomo, dolce frutto di un’amara utopia, per il quale i tempi giammai saranno maturi! (31/07/98)