LA LUCE DEL MIO AMICO

 

Guardati le mani amico mio
sono avvolte da un fascio di luce
in volo oltre lo spazio
spiegano un dolore nuovo.
Senti come batte il piede
risucchiato dal ritmo di un’overdose
che non placherà mai la sinfonia di una penombra.
Non piangere più amico mio
i tuoi buchi non sono ferite vere
ma solo grida reiterate senza suono.
E quanto sudore a velare la tua fronte
scivola giù come vita che fugge via
e ringhiando offende l’ingenua trama.
Non è figlio di fatica
ma manifesto da decifrare
fragile matassa da sviluppare
passo troppo lungo per gambe umane.
Avevi già ascoltato il mare
l’ultima volta che ti vidi amico mio.
Eri di pietra bianca
cercavi di agitare lo sguardo
un tempo fiamma indomita
prima che il mondo ti gelasse dentro.
Non so cosa abbiamo detto
né ricordo il disegno del nostro andare
avevi ciglia violentate dal maestrale
mentre il respiro ti inciampava tra i sopravvissuti denti.
Ma ricordo le tue mani amico mio
sempre adagiate nella luce
adunche le dita s’intrecciavano di rimpianti
e io non volli più aprirti gli occhi
sapendo bene che avresti dormito in pace.

 

Enfat, 27/03/2019

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