QUELLO CHE E’ REAL…MENTE ACCADUTO

La partita della Juve a Madrid, che si aggiunge a quella della Roma contro il Barcellona, ha smentito tutti quelli che solo il giorno prima sentenziavano che il calcio italiano era stato ridicolizzato da quello spagnolo e che la Champions la vinci solo se investi tanti, ma proprio tanti soldi. E poi la Roma sbatte fuori i blaugrana con grande merito, la Juve meritava di fare altrettanto con il Real, il Liverpool estromette il City e il Psg era già a casa…
In verità, proprio la Champions sfugge ad una programmazione razionale in grado di dare risposte certe (o quasi) come invece è un campionato che effettivamente viene vinto dalla squadra più forte in senso assoluto. La Champions, al contrario, la vince chi si dimostra la più forte in un dato momento (quella settimana o quella sera) e chi riesce a sfruttare una serie di variabili esogene non controllabili e non programmabili (decisioni arbitrali, colpi di fortuna, sorteggio, assenze, stato di forma fisico dei calciatori più importanti, ecc.).
Roma e Liverpool non possono essere considerate più forti di Juve, City e Barcellona (basta guardare le posizioni e i distacchi nei relativi campionati) eppure sono in semifinale con merito.
Per quanto concerne la partita di Madrid non si può non commentare l’episodio decisivo. Il rigore ci poteva stare, tecnicamente poteva essere fischiato, ma non era evidente al cento per cento. Gli antijuventini che si stupiscono della rabbia dei bianconeri non hanno capito di cosa si debba discutere. Le regole, non solo nel calcio, devono essere applicate sempre cum grano salis perché abbiamo a che fare con degli esseri umani e non con dei computer. Pertanto, non si discute se tecnicamente sia o meno rigore, ma si discute se un rigore del genere (non evidente) si debba concedere considerando la posta in palio, la bellezza di una pagina leggendaria che una delle due squadre stava scrivendo, il momento dell’episodio (a circa trenta secondi dalla fine del recupero), ecc. In un contesto del genere puoi concedere solo un rigore indiscutibile, solare, chiaro, impossibile da negare! Naturalmente, nessuno pensi alla malafede, ma solo alla sudditanza psicologica, al condizionamento derivante dal fascino esercitato dal Real Madrid e dal Bernabeu. In Italia funziona così a favore della Juve. La squadra più forte, più blasonata, più prestigiosa, più ricca di storia e tradizione, a volte, condiziona incosciamente gli uomini e quindi gli arbitri. E negarlo è da sciocchi. La Juve in Italia, il Bayern in Germania, il Real e il Barcellona (un po’ di meno del Real) in Spagna e…in Europa. Queste squadre vincerebbero comunque essendo più forti ma, di quando in quando, possono anche giovarsi di questa “fortuna”. Purtroppo, la posta in palio in questa partita aveva un peso diverso rispetto ad una partita di campionato. Comunque, funziona così. E se gli altri vogliono sostituirsi a queste squadre devono “conquistarsi” tale potere di “fascinazione” con i risultati. Ed è per questo che non si deve condannare l’arbitro, che certamente non ha concesso quel rigore perché voleva favorire il Real, ma l’ineffabile Collina che designa per una partita del genere, e in uno stadio del genere, un ragazzo di trentatré anni che ancor di più può essere irretito dal potere “Real”.
Ma anche Allegri ha le sue colpe. Premesso che il giudizio complessivo è strapositivo e che anche nella partita del Bernabeu il tecnico ha grandi meriti nella preparazione tattica e mentale del match, bisogna evidenziare come non riesca mai a liberarsi di una sorta di “freno filosofico” che lo caratterizza: l’atteggiamento sempre prudente, improntato alla cautela e volto ad evitare sempre i rischi. In effetti la Juve, quando vuole, dimostra di avere un potenziale impressionante, spesso si dimostra più forte dell’avversario, poi raggiunge l’obiettivo (1-0 o il 3-0 nella fattispecie) e si ferma a gestire. Ma, qualche volta, i conti non tornano. Realizzare il 3-0 dopo appena sessanta minuti è stato un miracolo. Ma si doveva insistere e cercare subito il quarto goal. Keylor Navas, che ci aveva regalato il terzo goal, ma non solo lui, avrà accusato moltissimo il colpo in quel momento. Ma più passava il tempo e più la mazzata psicologica evaporava. Al limite si doveva osare negli gli ultimi quindici minuti facendo entrare Cuadrado che, con il Real stanco fisicamente e psicologicamente, con le sue accelerazioni e i suoi dribbling repentini avrebbe giocato un ruolo determinante. E peraltro, essendo il colombiano maturato molto anche nella fase difensiva e di copertura, non avrebbe neanche sbilanciato la squadra. Si doveva rischiare il tutto per tutto a costo di subire il goal (anche perché sarebbe stato meglio subirlo prima piuttosto che al 93’…). Fare un goal in quel momento avrebbe chiuso la partita (il Real a quel punto doveva farne due). E inoltre, anche non volendo rischiare prima, si poteva fare la sostituzione al novantesimo (come fanno molti allenatori che vogliono mantenere il risultato) per spezzare il ritmo del Real che, comunque, aveva l’inerzia della gara dalla propria parte. Non si può finire una partita del genere con un solo cambio, per giunta operato per infortunio al quindicesimo della prima frazione. E non capisco perché si puntasse tutto sui supplementari (dove a suo dire avrebbe fatto i due cambi). A mio modo di vedere nei supplementari e, soprattutto ai rigori, il Real avrebbe avuto più chances (anche qui per vari motivi…). Ed è per questo che bisognava rischiare il tutto per tutto negli ultimi dieci-quindici minuti! Ma Allegri non rischia mai il tutto per tutto, non fa mai il passo più lungo della gamba (in un’accezione positiva), non si concede mai una “sana follia”. Anche a Cardiff non volle toccare la squadra all’inizio del secondo tempo quando, per sua stessa ammissione, Pjanic e Mandzukic erano “zoppi”. E, nonostante si capisse già dal minuto quarantasei che la Juve non riusciva a superare il centrocampo, non intervenne per quindici lunghi minuti. Poi dopo il 3-1 lo fece, ma era tardi, troppo tardi…Dovrebbe capire che con la rosa che ha a disposizione può permettersi di rischiare, di cercare anche un gioco spumeggiante da coniugare con i risultati (senza perseguire gli eccessi sacchiani), di lasciare un segno più profondo delle sole vittorie (il sottoscritto non ha mai sposato il motto bonipertiano che “vincere è l’unica cosa che conta”. E’ importante anche come si vince!). Da una squadra del genere si può pretendere anche di più di quello che ha fatto vedere.
Di Francesco, che non è al livello di Allegri, con il Barcellona ha osato, ha addirittura cambiato modulo nella partita della vita; ed è stato premiato.
Ribadisco che in generale Allegri non può essere discusso alla luce di ciò che ha fatto in questi quattro anni. Tuttavia, è un vero peccato che non riesca a correggere l’unico difetto che gli impedisce di diventare quasi perfetto.

Rimane la splendida prova della Juve, il rispetto guadagnato sul campo, l’ammirazione dei tifosi di tutta Europa per un’impresa leggendaria (unica nella storia del calcio) che solo per un’inezia non si è concretizzata.

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