LIBRIAMOCI…

Le case editrici, come tutte le aziende, perseguono la massimizzazione del profitto attraverso l’aumento dei ricavi e/o il contenimento dei costi. Tuttavia, esse presentano delle peculiarità significative, operando in un settore particolare e delicato.
Particolare perché, alla stregua di aziende operanti in settori come il calcio e lo sport in genere, il cinema, la musica, lo spettacolo, l’intrattenimento, oltre al profitto, e forse più del profitto, devono generare qualità, risultati sportivi, emozioni, opere di livello, elementi questi che esulano dalla dimensione economico-finanziaria. Una squadra di calcio che presentasse bilanci in regola, punto di partenza fondamentale comunque, ma non portasse a casa risultati sportivi, non si potrebbe definire virtuosa.
Delicato perché “creare” cultura significa contribuire in modo determinante alla formazione e alla crescita di una collettività. Operare nel settore della cultura comporta un’assunzione di responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri. E questo sia che si guardi al passato (la storia dell’umanità) sia che si guardi al futuro (le nuove generazioni). Si deve cioè coltivare bene ciò che altri hanno seminato e continuare a seminare bene affinché altri possano coltivare e raccogliere buoni frutti.
Purtroppo, da tempo si assiste ad un’escalation di pubblicazioni di opere estranee al concetto di cultura. Un’orda di calciatori o ex tali, attori, comici, tronisti, personaggi sfornati dalla ditta Costanzo-De Filippi, protagonisti di reality, showgirl, chef, sedicenti esperti di diete, giardinaggio, pratiche alternative, vip di ogni risma, affollano gli scaffali delle librerie con proposte improponibili…
Fino a poco tempo fa si scriveva un libro e poi, forse, si otteneva la notorietà. Oggi, al contrario, prima si diventa famosi in qualsiasi campo, e poi si scrive subito un libro, al di là delle capacità e dei contenuti, per capitalizzare la notorietà acquisita. Allo scrittore non famoso, magari anche bravo e dotato, invece, le case editrici chiedono un contributo economico per la pubblicazione…
Si persegue il profitto ma non si vuole correre il rischio (l’alea aziendale direbbero gli economisti). E allora si è imprenditori a metà direbbe qualcuno…
Le cosiddette major, e anche le case editrici medio-grandi, dovrebbero porre un freno a questo fenomeno dilagante e deprimente! Per compensare i mancati introiti escogitino qualcosa, si coalizzino, chiedano un contributo allo stato (garantendo però qualità e “cultura vera”), si attrezzino per battere altre strade.
Scrivere un libro un tempo era un esercizio riservato a pochi eletti; oggi, anche sulla scorta dei social che hanno contribuito alla “massificazione della parola”, è un diritto che non si nega a nessuno, come fosse un biglietto del circo distribuito ai semafori.
Qui non si auspica l’azzeramento di una tendenza ormai inarrestabile, ma almeno un contenimento della stessa, un approccio equilibrato, guidato dal buon senso e dal rispetto per l’idea di libro e di cultura.
In altre parole, le case editrici dovrebbero tornare a valorizzare di più il concetto di cultura in senso stretto trascurando un po’ quello di cultura in senso lato

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